Descrizione itinerario: il sentiero attrezzato che porta in cima al Monte Coppolo (da Koppula, berretto, quindi montagna a forma di cappello) permette di visitare una delle più importanti aree archeologiche della Basilicata con i
resti delle mura di un’acropoli lucana del IV secolo avanti Cristo, simile ad altre presenti in regione (Monte Croccia, Monte Cortaglia, Civita di Tricarico, Serra di Vaglio, Torretta di Pietragalla e Torre di Satriano). Si parte dall’evidente sentiero che inizia sulla destra del Serbatoio dell’Acquedotto, un reperto di archeologia industriale degli inizi del ‘900, costruito per portare l’acqua dalle sorgenti del Caramola e del Frida sul Pollino, fino alla Piana di Metaponto. Il percorso, dopo una breve salita, scende leggermente di quota, costeggiando un campo coltivato ai limiti del bosco (qui doveva esserci la principale delle porte d’accesso alla città) per poi risalire tra grandi querce e la Macchia mediterranea (qui notevole è la presenza della
Ginestra spinosa, chiamata anche “Scannabecco” a causa della tossicità di tutta la pianta e per le grandi spine, adattamento nei confronti del pascolo) quindi continua salendo più decisamente e, ad un bivio, si può lasciare momentaneamente il percorso principale per fare una breve deviazione sulla destra in corrispondenza di un punto panoramico con veduta sul Bosco di Gallinico, il Timpone del Caprio e sul Bosco del Finocchio.
Questi luoghi furono il rifugio di briganti come i famosi fratelli Melidoro di Favale (l’odierna Valsinni) e nel 1861 videro anche il passaggio del generale spagnolo José Borjès, chiamato dai barboni nel vano tentativo di sollevare la popolazione contro i piemontesi (nel suo racconto il generale cita proprio la Serra del Finocchio come luogo in cui trascorse la notte del 12 Ottobre con la sua armata proveniente dalla Calabria attraverso il Pollino). Il toponimo “Caprio”, invece, ricorda la passata presenza del Capriolo in queste contrade.

Riprendendo il percorso sulla sinistra, il sentiero continua a salire tra rocce di arenaria dove vegeta la bella
Erica arborea, arbusto tipico dei suoli silicei e in passato utilizzato per la fabbricazione di rudimentali scope e per la produzione del carbone, è inoltre una pianta mellifera molto ricercata. In questo tratto il bosco risente ancora degli effetti di gravi incendi risalenti ai primi anni 2000, anche se la Natura, quasi miracolosamente, sta ricucendo queste profonde ferite, e gli alberi assumono un aspetto suggestivo, con le cime delle querce ancora secche che sembrano quasi delle sculture. La vegetazione in questa zona è costituita da
roverelle e
cerri e nelle zone rocciose da
lecci e
macchia mediterranea, e in particolare tra i folti cespugli di
Lentisco e
Fillirea, non è difficile ascoltare il caratteristico verso dell’
Occhiocotto, un passeriforme della famiglia delle silvie, tipico di questi ambienti.
Quasi in cima a Monte Coppolo, il sentiero sale meno ripido ed iniziano ad apparire le mura e le altre strutture della città come la zona di Capo Petaccia (ad est della cima principale) dove si ipotizza la presenza di una delle torri di avvistamento dell’abitato e dove la leggenda popolare individua il luogo in cui la poetessa Isabella Morra si recava per scrutare il mare. La fortificazione è composta da massi di arenaria ricavati dal monte stesso ed in alcuni tratti hanno una larghezza di quasi 2,5 metri; in vetta, oltre ai
resti dell’Acropoli (forse l’antica Lagaria fondata dai greci comandati da Epeo, il costruttore del Cavallo di Troia) di particolare bellezza è il panorama, innanzitutto il paese di Colobraro proprio di fronte al Monte Coppolo, Valsinni ai nostri piedi e soprattutto la visuale che spazia dal Pollino ai principali massicci montuosi lucani, ai calanchi di Tursi e Montalbano, al mar Ionio, alla Piana di Metaponto, alle fiumare del Sinni e del Sarmento ed ai paesi in cima ai colli, come Rotondella, autentico balcone sul Golfo di Taranto.
Il ritorno è per la stessa via.